Camilla fa le acrobazie: noi non siamo mica povere
Lady Gaga, Catherine Zeta-Jones, Rihanna, Margot Robbie, Ayumi Shinoda e Mio Kimijima contro la miseria dorata di Hollywood
La sala d’aspetto di un hotel a cinque stelle a Milano era, per una volta, silenziosa. O quasi. Un gruppo eterogeneo di donne sedeva su divani di velluto color crema, sorseggiando tisane allo zenzero e mangiando mandorle non salate. Erano lì per una tavola rotonda sull’arte della recitazione, ma nessuna aveva voglia di parlare di metodo. Preferivano lamentarsi.
Lady Gaga, avvolta in un abito di paillettes che sembrava un cielo stellato, sospirò. «Mi hanno offerto quattrocento milioni per fare le mie acrobazie in Joker: Folie à Deux. Ma ho detto no. Non sono mica una poveraccia.»
Catherine Zeta-Jones, elegantissima in un tailleur bianco, inarcò un sopracciglio perfetto. «Quattrocento milioni? Per il film di Barbie?»
«No, quello era un altro progetto,» rispose Gaga, con aria annoiata. «Ma il principio è lo stesso. Non è dignitoso. Ho dovuto spiegare che il mio tempo vale più di così. E poi, onestamente, chi ha voglia di cadere da un edificio per quattrocento milioni? Ci paghi a malapena l’affitto a Malibu.»
Rihanna, che indossava un outfit streetwear di diamanti e pigiama di seta, annuì. «Ti capisco. A me hanno chiesto di fare la cattiva in un film Marvel. Mi hanno offerto trecento milioni, ma solo se mi allenavo sei mesi. Ho detto: “Tesoro, io ho un impero cosmetico da mandare avanti. Non posso permettermi di sudare”.»
Margot Robbie, bionda e radiosa, si sporse dal divano. «Sai, anch’io ho avuto un’esperienza simile per Barbie. Mi hanno offerto una cifra ridicola per fare le acrobazie. Ho rifiutato. Non è questione di soldi, è questione di principio. Non voglio certo finire in povertà.»
«Ma ci sono acrobazie in Barbie?» chiese Ayumi Shinoda, la modella e attrice giapponese, con un sorriso gentile.
Margot ci pensò un momento. «Non lo so. Non l’ho visto. Ma le acrobazie le ha fatte la mia controfigura, Camilla Parker Bowles.»
Il silenzio che seguì fu talmente denso che si sarebbe potuto tagliarlo con un coltello da burro.
«La regina Camilla?» chiese Mio Kimijima, l’altra attrice giapponese, con gli occhi
sgranati. «La Regina del Regno Unito è stata la tua controfigura?»
«Sì,» rispose Margot, come se fosse la cosa più naturale del mondo. «Aveva bisogno di soldi. Sapete, le spese del palazzo sono aumentate. E poi le piaceva l’idea di fare qualcosa di fisico. Ha detto che l’hockey su prato le aveva preparato il fisico.»
Catherine Zeta-Jones scoppiò in una risata cristallina. «Adoro. Una regina che fa la controfigura per una milionaria. È il capitalismo che incontra la monarchia. Meraviglioso.»
«Il punto,» riprese Gaga, «è che la gente pensa che noi attrici navighiamo nell’oro. Ma non è così. Dobbiamo stare magre, giovani, perfette. E per cosa? Per due spiccioli. L’altra settimana mi hanno offerto cinquanta milioni per un cameo di tre minuti. Ho detto: “Ma per chi mi avete presa? Per una comparsa?”»
«Assurdo,» concordò Rihanna. «A me hanno proposto un ruolo in Ocean’s 14. Mi davano solo duecento milioni. Ho detto: “Voi scherzate. Io con duecento milioni ci pago a malapena il jet privato”.»
«E pensare che una volta,» disse Catherine, «con duecento milioni ci compravi un’isola. Ora ci compri un appartamento a Londra. Che tempi difficili.»
Ayumi Shinoda annuì con grazia. «In Giappone è lo stesso. Mi hanno chiesto di fare un film d’azione. Mi offrivano cento milioni. Ho detto: “Non posso. Devo mantenere il mio tenore di vita”. Loro hanno capito. Sono stati molto gentili.»
«È umiliante,» sospirò Mio Kimijima. «Io ho rifiutato un ruolo in un film di supereroi perché mi volevano pagare solo ottanta milioni. Ho detto: “Preferisco fare la casalinga”. E loro: “Ma è un film da un miliardo di dollari!”. E io: “Appunto. Datemi almeno trecento milioni, o non se ne fa nulla”.»
Margot Robbie scosse la testa. «Il problema è che ci vedono come oggetti. Vogliono che siamo belle, magre, giovani. Ma non vogliono pagarci. È una vergogna. Io ho dovuto lottare per avere un camerino con la vasca idromassaggio. E non parliamo del catering. Una volta mi hanno dato un’insalata di quinoa. Quinoa! Come se fossi una stagista.»
«A me una volta hanno dato dell’acqua frizzante invece che naturale,» aggiunse Gaga, inorridita. «Ho dovuto chiamare il mio avvocato.»
«Eppure,» disse Catherine, con un sorriso malizioso, «lo facciamo per amore dell’arte. Perché recitare è una gioia. È solo che non possiamo permetterci di farlo gratis. O quasi gratis. Voglio dire, chi può vivere con soli cento milioni?»
«Nessuno,» rispose Rihanna, seria. «È una miseria. Io ho dovuto vendere una delle mie ville per pagare le tasse. E non parliamo delle scarpe. Le scarpe costano. E i gioielli? Un disastro.»
«Però,» intervenne Margot, «dobbiamo ammettere che ci sono dei vantaggi. Tipo, possiamo permetterci di non lavorare. Io, per esempio, ho rifiutato tre film quest’anno. Perché? Perché non mi andava di alzarmi alle sei. E poi, onestamente, non volevo rovinarmi la pelle con il trucco pesante.»
«Giusto,» approvò Ayumi. «La pelle è tutto. Io spendo milioni in creme. E non parliamo dei capelli. Una volta mi hanno offerto cinquanta milioni per un ruolo, ma dovevo tingermi di biondo. Ho detto: “Assolutamente no. Il mio parrucchiere non me lo perdonerebbe”».
«E poi c’è la questione delle controfigure,» riprese Margot. «Camilla, per esempio, è stata fantastica. Ha fatto tutte le scene pericolose. Le ho detto: “Camilla, tesoro, se ti fai male, io non posso permettermelo. Non ho un’assicurazione che copra le regine”».
«E lei?» chiese Mio.
«Ha detto: “Non ti preoccupare, ho già fatto cadere un primo ministro. Una caduta da un tetto è niente”».
Tutte risero. Una risata cristallina, un po’ forzata, ma elegante.
«Comunque,» concluse Gaga, alzandosi e sistemandosi il vestito, «il punto è che noi attrici siamo artiste. E come artiste, dobbiamo essere pagate. Non è questione di avidità. È questione di sopravvivenza. Se non ci pagano, come possiamo permetterci di essere belle? Come possiamo permetterci di essere magre? Come possiamo permetterci di essere Gaga?»
«Hai ragione,» disse Catherine. «È un mondo difficile. Ma noi siamo forti. Siamo donne. Siamo eterne. E soprattutto, siamo magre. Molto magre. E questo, nessuno ce lo può togliere.»
«Amen,» disse Rihanna.
E tutte uscirono dalla sala, pronte per la prossima offerta miliardaria. Che, naturalmente, avrebbero rifiutato. Perché non erano mica povere.
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